L'Italia è in ritardo sulle rinnovabili” è una di quelle espressioni che spesso, oltre a essere refrain senza alcuna presa sulla realtà, nascondono i fatti creando un racconto fuorviante e dannoso, in questo caso, anche per le stesse rinnovabili." La Staffetta Quotidiana critica aspramente le tesi vittimistiche sostenute nel rapporto di Legambiente "Scacco matto alle rinnovabili" e in un nuovo studio della Banca d'Italia.

 

L'Italia è in ritardo sulle rinnovabili” è una di quelle espressioni, un po' come “le riforme di cui il Paese ha bisogno”, che sembrano buone per tutte le stagioni ma che spesso, oltre a essere refrain senza alcuna presa sulla realtà, nascondono i fatti creando un racconto fuorviante e dannoso, in questo caso, anche per le stesse rinnovabili."

Quello che abbiamo riportato in apertura della nostra edicola è l'incipit di un editoriale non firmato sulla Staffetta Quotidiana di lunedì intitolato "Semplificare? Accelerare?", pubblicato dopo la divulgazione dell'ormai consueto rapporto di Legambiente "Scacco matto alle rinnovabili",  basato sull'altrettanto consueta, illuministica tattica del "chiagni e fotti".

Uno scatto d'orgoglio, dopo troppi mesi di silenzio acquiescente, della Staffetta Quotidiana contro le irrancidite parole d'ordine "Semplificare" e "Accelerare" e tutte le altre cialtronerie a favore dell'eolico di Legambiente e... della Banca d'Italia (!).

Dopo avere confutato le tesi del rapporto di Legambiente sui ritardi (per i quali si parla di una "ragione incredibilmente sofistica", ma invito gli interessati ad abbonarsi alla Staffetta per leggere tutto l'articolo in linea) e ironizzato sulle "occasioni di investimenti dei territori", l'editoriale così conclude:

 

"Semplificare, accelerare: sembra che siano due beni in sé, assoluti. Spesso si dimenticano però due aspetti: non si può accelerare a piacimento; ogni azione ha una reazione. Le reazioni “territoriali” dell'ultimo anno, arrivate dopo una massiccia ondata di semplificazioni, non hanno insegnato niente? Il “boom and bust” del 2009-11 non ha insegnato niente? Infine, sul “cambiamento culturale” per cui bisogna guardare a questi impianti “come occasioni di investimento per i territori”. Se i territori questi impianti non li vedono come occasioni di investimento, forse si potrebbe partire da un esame di coscienza su come gli investitori si presentano ai territori."

 

La risposta della Staffetta alla sua domanda retorica Semplificare? Accelerare? è contenuta nel titolo di un altro articolo della stessa Staffetta di ieri: "Accelerare sulle Fer solo se benefici vanno ai consumatori.

La nostra risposta, ovvero la risposta dei "territori", è diversa e ben più articolata. Una sua accettabile sintesi la si può ricavare nella recensione del professor Alberto Clò (leggetela tutta in linea sul blog della Rivista Energia) all'ultimo libro di Bjorn Lomborg intitolato "Perché il catastrofismo climatico ci rende più poveri e non aiuta il pianeta":

 

 "L’allarmismo sta distorcendo il dibattito sul clima portando a soluzioni politiche inefficaci se non dannose per lo stesso ambiente e allontanando dalle soluzioni reali che potrebbero migliorare il benessere... L’ecologismo radicale tende a semplificare le questioni su cui bisognerebbe intervenire, lanciando frasi ad effetto – come «le rinnovabili possono sostituire le fossili in breve tempo» – destinate a lasciare le cose al punto di partenza... (L'ecologismo radicale) racconta spesso sciocchezze e imprecisioni che non giovano innanzitutto allo stesso movimento ecologista, non facendo capire quali siano gli strumenti utili da adottare e quelli inutili e costosi da abbandonare...  La conclusione di Lomborg è che «l’obiettivo delle politiche climatiche è quello di rendere il mondo un posto migliore», con azioni altre dalle politiche fallimentari sinora seguite, abbandonando il soffocante allarmismo in favore di un pragmatismo che valorizzi il progresso tecnologico e il benessere umano".

 

Ma se questa è la risposta da dare alle sciagurate politiche "climatiche" di Legambiente, che in questi anni ha arrecato un danno forse irreversibile alla credibilità di tutto il movimento ambientalista italiano, essa non basta quando gli studi compiacenti a favore delle rinnovabili salvifiche vengono prodotti dalla Banca d'Italia, dove, a quanto pare, si fa carriera e si viene promossi alla Banca Centrale Europea di Christine Lagarde sostenendo l'insostenibile, ovvero che con la "transizione verde" prevale l'effetto deflattivo, irridendo così a milioni di famiglie italiane improvvisamente gettate nella miseria dalla greenflation indotta proprio dall'European Green Deal.

E dunque, trattandosi di un'istituzione vitale per la Repubblica, ci si deve comportare con i tecnici di Bankitalia analogamente a quanto accaduto in occasione del disastro del Superbonus 110% con chi "ha sbagliato ogni previsione"  ("evidenti responsabilità tecniche, che non elidono quelle politiche ma si aggiungono a esse"), ovvero il Ragioniere Generale dello Stato.

Perciò, alla domanda "Semplificare? Accelerare?" sulle rinnovabili si deve rispondere con un'azione propedeutica: "Licenziare".

Licenziare i tecnici e gli accademici che hanno avallato queste politiche fallimentari.

 

Alberto Cuppini

Samuele Furfari: "Un’eccessiva dipendenza dalle energie rinnovabili intermittenti e variabili, combinata con la sorprendente chiusura delle efficienti centrali nucleari tedesche già ammortizzate, ha portato a un’instabilità cronica della rete elettrica e a costi energetici proibitivi, che producono effetti indesiderati anche al di fuori della Germania. È ovvio che tutti i consumatori europei pagano per l’errore dell’Energiewende. Questa politica ha fatto sprofondare la Germania, un tempo motore economico dell’Ue, in una profonda recessione che si è aggravata per tutto il 2024 e si protrarrà nel 2025. Le elezioni per il Parlamento europeo del 2024 hanno visto una significativa riduzione del peso degli ecologisti, costringendo la Commissione europea a rivedere la sua retorica. Il “Green Deal” è stato ribattezzato “Clean Deal”, in un disperato tentativo di cambiare la percezione pubblica senza tuttavia modificare sostanzialmente le politiche in atto". Giulio Sapelli: "Mi sembra che la von der Leyen non possa abbandonare l’impostazione ideologica della transizione green per pura necessità politica: deve tenersi buoni i Verdi e quella parte del Pse ben rappresentato dalla vicepresidente Teresa Ribera, che ha la delega sul Green Deal e che ha già fatto intendere di voler portare avanti le politiche avviate da Timmermans. Mi preoccupa questo atteggiamento della von der Leyen, che di fatto getta discredito sulla classe politica europea cercando di poggiare la propria azione su una coalizione politica innaturale. La von der Leyen è una di quei “sonnambuli” di Christopher Clark che contribuiscono a creare le condizioni per lo scoppio di una nuova guerra mondiale".

 

Ammettiamo la nostra sbadataggine. Nelle frenetiche settimane tra la vittoria elettorale di Trump e le elezioni tedesche, che hanno assorbito in toto la nostra attenzione, ci siamo dimenticati di diffondere ai resistenti sui crinali due fondamentali articoli di Samuele Furfari e di Giulio Sapelli. Oggi facciamo ammenda.

I professori Furfari e Sapelli, da sempre critici verso la faciloneria delle politiche green dell'Unione Europea, passano all'incasso, in attesa delle ulteriori, inevitabili marce indietro che seguiranno al terremoto politico avvenuto in Germania con le elezioni di dieci giorni fa.

Entrambi gli articoli sono liberamente consultabili in linea negli indirizzi linkati in questo nostro post. Ne forniamo di seguito alcuni brevi passaggi per invogliare a leggere i testi integrali e per il nostro archivio.

Cominciamo da Samuele Furfari, professore belga di chiare origini italiane, più volte gradito ospite del sito web della Rete della Resistenza sui Crinali, dopo averci autorizzati a tradurre dal francese alcuni suoi sferzanti articoli.

Oggi vi proponiamo un altro suo elaborato, apparso sul sito web della Rivista Energia il 20 gennaio scorso, proprio all'indomani dell'insediamento di Trump, dal titolo "Il biennio 2024-2025 e la riaffermazione dei combustibili fossili".

Eccone qualche frammento:

 

"Con Cop29 e il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, il biennio 2024-2025 segna la riaffermazione dell’importanza dei combustibili fossili (e del nucleare) a fronte del fallimento della politica energetica europea e dell’Energiewende tedesco in particolare... L’Energiewende tedesca si è rivelata un fragoroso fallimento che ha portato alla caduta del governo di Olaf Scholz. La sorprendente chiusura delle efficienti centrali nucleari ammortizzate, combinata con un’eccessiva dipendenza dalle energie rinnovabili intermittenti e variabili, ha portato a un’instabilità cronica della rete elettrica e a costi energetici proibitivi, che producono effetti indesiderati anche al di fuori della Germania... È ovvio che tutti i consumatori europei pagano per l’errore dell’Energiewende. Questa politica ha fatto sprofondare la Germania, un tempo motore economico dell’Ue, in una profonda recessione che si è aggravata per tutto il 2024 e si protrarrà nel 2025... Va notato che i grandi industriali non avranno alcuno scrupolo a investire altrove, lasciando un campo di rovine per le piccole e medie imprese che lavoravano per questi giganti, causando così un’ecatombe sociale per il personale europeo delle grandi aziende come delle Pmi... Una realtà che ha messo in luce l’isolamento crescente dell’Ue sulla scena internazionale, dove la sua ricerca ossessiva della decarbonizzazione ha trovato poca eco. La volontà dell’Ue di imporre una decarbonizzazione forzata dell’economia si è scontrata con la dura realtà economica... I cittadini europei hanno iniziato a esprimere il loro malcontento. Le elezioni per il Parlamento europeo del 2024 hanno visto una significativa riduzione del peso degli ecologisti, costringendo la Commissione europea a rivedere la sua retorica. Il “Green Deal” è stato ribattezzato “Clean Deal”, in un disperato tentativo di cambiare la percezione pubblica senza tuttavia modificare sostanzialmente le politiche in atto... Cosa farà l’UE? Persisterà o si adatterà? L’arrivo di Teresa Ribera, Dan Jørgensen e Philippe Lambertz nell’entourage di Ursula von der Leyen non sembra propizio a questo ripensamento."

 

Proseguiamo con Giulio Sapelli. Il professor Sapelli è stato numerose volte protagonista della nostra edicola e condivide con Furfari la disistima (limitiamoci a dire così...) verso l'European Green Deal e verso le competenze degli attuali politici in materia di energia.

In questa edicola vi suggeriamo una sua intervista realizzata dal Sussidiario del 22 gennaio scorso sotto il titolo "Von Der Leyen a Davos/ Sapelli: i suoi giochi politici stanno affondando le nostre imprese".

A seguire riportiamo le due domande che più ci interessano, raccomandando di leggere tutta l'intervista dal sito web del Sussidiario:

 

"La presidente della Commissione ha parlato tanto della decarbonizzazione e dell’importanza dell’Accordo di Parigi sul clima, probabilmente anche per rispondere alla mossa di Trump che aveva da poco firmato l’ordine esecutivo per farne uscire gli Stati Uniti. L’Ue non rischia di trovarsi sempre più sola nella sfida per la transizione energetica, visto che anche i big della finanza non ci credono più?

Anche in questo caso si nota la prosecuzione di una concezione dirigista dell’economia, che non investe su uno sviluppo che parte dal basso, dalle imprese. La von der Leyen non si rende conto che i mercati sono fatti da una popolazione di imprese: non si può parlare di decarbonizzazione senza pensare a quanti produttori distrugge. Finalmente gli industriali europei si sono decisi a chiedere che venga applicato il principio della neutralità tecnologica, che prevede un approccio flessibile alle diverse tecnologie a disposizione, senza che una prevalga necessariamente sulle altre, in base alla loro maturità ed efficacia nel ridurre le emissioni. Si tratta di un principio che non mette a rischio la continuità dell’attività delle imprese. È un approccio molto diverso da quello della transizione green dell’Ue che fissa scadenze nette.

Von der Leyen ha anche parlato delle strategie di medio periodo contro gli alti prezzi energetici, ma sembra aver dimenticato di indicare soluzioni di breve termine…

A Bruxelles questo interessa poco. In generale mi sembra che la von der Leyen non possa abbandonare l’impostazione ideologica della transizione green per pura necessità politica: deve tenersi buoni i Verdi e quella parte del Pse ben rappresentato dalla vicepresidente Teresa Ribera, che ha la delega sul Green Deal e che ha già fatto intendere di voler portare avanti le politiche avviate da Timmermans. Mi preoccupa questo atteggiamento della von der Leyen, che di fatto getta discredito sulla classe politica europea cercando di poggiare la propria azione su una coalizione politica innaturale... La von der Leyen è una di quei “sonnambuli” di Christopher Clark che contribuiscono a creare le condizioni per lo scoppio di una nuova guerra mondiale."

 

Amen.

 

Alberto Cuppini

Alberto Clò: "Il cambiamento delle politiche tedesche dopo le elezioni avrà ripercussioni su quelle europee considerando il ruolo, sempre massimamente rilevante, che la Germania ha avuto sinora anche e non solo sul fronte della politica energetica e climatica. Tale influenza è stata negli anni forte al punto che alcuni provvedimenti adottati dal governo e parlamento tedesco venivano semplicemente recepiti da Bruxelles una volta tradotti. Il drastico cambio che si prospetta nelle politiche energetiche tedesche potrebbe così modificare i termini sinora dominanti del Green Deal europeo." Presto sarà il nuovo governo tedesco ad imporre pardon a chiedere all'Europa di "rallentare la corsa" della decarbonizzazione. A quel punto cesserebbe di conseguenza anche "l'imposizione di Berlino a Bruxelles di adottare misure a sostegno delle rinnovabili anche negli altri paesi europei". Un infausto presagio per gli speculatori che stanno sfregiando l'Italia con pale e pannelli, confidando nell'eterna generosità di Pantalone. Persino il Corriere della Sera, dopo tanti anni di incondizionato supporto a eolico e fotovoltaico, si riposiziona sul green. Ferruccio De Bortoli candidamente ammette che la narrazione su "decarbonizzazione accelerata" e urgenza della transizione energetica è stata offuscata da "un velo di ipocrisia collettiva".

 

 

Non bastava Trump. Dopo le traumatiche elezioni tedesche, che hanno visto il trionfo "delle destre" ed il disastro dei socialdemocratici, che avevano sconsideratamente accettato di formare un governo con i Grünen, il Re è nudo. Anzi: il Re è morto, è stato fatto a brandelli. Il Re, naturalmente, non è solo l'Energiewende, la politica energetica della Germania basata sulle rinnovabili, ma anche l'European Green Deal, che la sciagurata presidente tedesca della commissione UE Ursula Von der Leyen, delfina dell'altrettanto sciagurata Angela Merkel, ha voluto imporre a tutta Europa proprio sul modello delle politiche ambientali merkeliane. 

Adesso in Germania sarà automatica una riedizione della Große Koalition, composta per due terzi dai popolari e per un terzo dagli sconfitti social democratici, sotto la guida del vincitore delle elezioni Friedrich Merz, che noi avevamo (facilmente) pronosticato nuovo cancelliere già tre mesi fa, ai tempi della sua intervista televisiva da dispregiatore dell'eolico.

Si tratta solo di attendere un po' per assistere ad un brusco cambio di rotta della politica energetica tedesca. Forse solo qualche settimana. Il motivo lo si può dedurre dal post di Alberto Clò, pubblicato mercoledì sul blog della Rivista Energia sotto il titolo "Germania: quale politica energetica dopo le elezioni?".

Vi consiglio di leggerlo tutto sul sito web della Rivista Energia. Importante il paragrafo "Verso una giravolta completa?", ma ancor più importante l'ultimo, "Quali ripercussioni sull'Europa", il cui passaggio principale riporto qui di seguito:

 

"Il cambiamento delle politiche tedesche dopo le elezioni avrà infine ripercussioni su quelle europee considerando il ruolo, sempre massimamente rilevante, che la Germania ha avuto sinora anche e non solo sul fronte della politica energetica e climatica. Tale influenza è stata negli anni forte al punto che alcuni provvedimenti adottati dal governo e parlamento tedesco venivano semplicemente recepiti da Bruxelles una volta tradotti... Il drastico cambio che si prospetta nelle politiche energetiche tedesche potrebbe così modificare i termini sinora dominanti del Green Deal europeo."

 

Se Merz e l'SPD si metteranno d'accordo (e si metteranno d'accordo perchè altrimenti l'industria continuerà ad andare a rotoli e questo significherebbe consegnare rapidamente la Germania ad AfD) sarà lo stesso governo tedesco ad imporre pardon a chiedere all'Europa di "rallentare la corsa" della decarbonizzazione. A quel punto cesserebbe di conseguenza anche (uso le parole di Clò) "l'imposizione di Berlino a Bruxelles di adottare misure a sostegno delle rinnovabili anche negli altri paesi europei".

Un infausto presagio per gli speculatori che stanno sfregiando l'Italia con pale e pannelli, confidando nell'eterna generosità di Pantalone.

Faccio notare che l'AfD (che ha ricevuto meno voti in percentuale di quanto si sarebbero aspettati stando ai più recenti sondaggi) ha comunque ottenuto un quarto dei parlamentari. Il resto sono verdi ed ex (o neo?) comunisti. I tre partiti anti-sistema (perchè i verdi tedeschi si sono dimostrati nel governo Scholz ampiamente anti-sistema) rappresentano insieme quasi il 50% degli eletti. Se Merz non interverrà subito con la massima determinazione per "dare addio alle follie green in campo energetico" rilanciando così l'economia, prevedo presto altre elezioni anticipate in stile Weimar.

Proseguo la rassegna stampa con la candida ammissione di Ferruccio De Bortoli che la narrazione dei giornaloni su "decarbonizzazione accelerata" e urgenza della transizione energetica è stata offuscata da "un velo di ipocrisia collettiva". A proposito: "collettiva" di chi? De Bortoli (che, dalla scomparsa di Eugenio Scalfari, viene considerato dal mainstream il Padre Nobile del giornalismo italiano) mercoledì scorso ha scritto per l'inserto del Corriere della Sera Pianeta 2030 l'articolo "Si è squarciato il velo di ipocrisie e conformismi collettivi verdi. La nuova percezione va affrontata", in cui leggiamo:

 

"Trump è stato il detonatore che ha portato alla superficie del dibattito pubblico tanti dubbi rimasti inespressi. Ha contribuito a frenare slanci verdi del tutto apparenti e a smascherare conformismi di circostanza. Diciamo che ha squarciato un velo di ipocrisia collettiva... Il revisionismo anti-woke e quello ecologico sono parenti stretti, nonostante la lontananza abissale tra le due materie... Un alto livello di emissioni di gas serra appare oggi un male minore di fronte al rischio di una desertificazione industriale. La transizione energetica è di per sé socialmente iniqua. Questo è il punto dolente. Le compensazioni a favore dei ceti più deboli non appaiono al momento convincenti. E in una democrazia (per fortuna) le persone votano. E oggi il voto non va nella direzione di una decarbonizzazione accelerata. Tutt’altro. La paura non può essere una colpa. Non sembra reggere il sistema di carbon price... Ma al di là di queste osservazioni legate all’attualità politica, dobbiamo chiederci se qualcosa è cambiato anche nella percezione popolare della necessità urgente della transizione energetica."

 

Sic et simpliciter. Ma è troppo comodo cavarsela così, parlando di "percezione popolare"...

Anche Francesco Borgonovo si è accorto dell'enormità delle dichiarazioni di De Bortoli ed oggi ha scritto un articolo di commento, annunciato addirittura in prima pagina della Verità come "Il Corsera tenta un'affannosa retromarcia su green e diritti", dal titolo "De Bortoli trasmette il contrordine «Su woke e green si è esagerato»", che sottotitola

"Dopo aver sposato ogni follia ideologica progressista e aver diffamato chi sollevava dubbi, i commentatori dei grandi media iniziano a riposizionarsi. L’ex direttore del «Corriere»: «Ci sono stati eccessi e ipocrisie»"

Borgonovo riporta più della metà dell'articolo di De Bortoli stesso, per riprodurre parola per parola la gravità delle affermazioni in esso contenute. Manco l'edicola RRC si era mai permessa tanto. Chissà se il Corriere chiederà i diritti. Noi qui di seguito ci limitiamo a riportare l'incipit dell'articolo di Borgonovo sull'improvviso riposizionamento del Corrierone, sia perchè non ci piace maramaldeggiare, sia perchè non amiamo i bagni di sangue:

 

"L'ingrato compito lo hanno affidato a Ferruccio De Bortoli, che è un uomo di grande classe e di inattaccabile professionalità... In effetti, per il Corriere della Sera, si tratta di una retromarcia non proprio facile da spiegare, e ci voleva una penna sufficientemente felpata e avvolgente per far digerire ai lettori l'amaro boccone. Il succo è: abbiamo scherzato. Vi abbiamo propinato - assieme alla quasi totalità della grande stampa occidentale - le più angoscianti tirate apocalittiche dell'ecologismo modaiolo... ma adesso è il momento di tornare indietro e ammettere che si trattava di stupidaggini."

 

Armiamoci, ancora per un po', di santa pazienza. La resa dei conti con gli sgangherati sacerdoti delle rinnovabili salvifiche, delle pale eoliche su tutti i crinali dell'Appennino per "Salvare il Pianeta" e del "tutto elettrico" è appena cominciata. Dubito che si faranno prigionieri.

 

Alberto Cuppini

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Atlantico si allarga anche sulla "transizione green", imposta dall'alto dai burocrati UE, che non è sostenibile né come prezzi, né come organizzazione delle produzioni. L'impegno dei media europei a presentare le rinnovabili come soluzione e non come causa del problema dell'esplosione delle bollette aiuta a comprendere il contenuto di questo articolo di Joseph Sternberg sul Wall Street Journal di venerdì scorso.

 

 

Scriveva Federico Rampini, battitore libero sul Corriere della Sera di stretta ortodossia schleiniana, nel suo articolo del 15 febbraio "La Germania: il «malato d'Europa». L'aspirante cancelliere Merz ha la cura?"

 

"Comincio dall’economia, e da questa descrizione fulminante di un esperto americano del Council on Foreign Relations, il think tank geopolitico di cui sono membro: «In passato la Germania dipendeva dall’America per la sua difesa, dalla Russia per la sua energia, dalla Cina per le sue esportazioni. Oggi dipende dall’America per la difesa, dall’America per l’energia, dall’America per le esportazioni». In effetti al gas russo ha sostituito quello americano. E il boom dell’export tedesco sul mercato Usa ha in parte attutito la débâcle su quello cinese, che si sta chiudendo al made in Germany."

 

Questa premessa sulla crescente dipendenza dagli Stati Uniti della Germania, e quindi dell'Unione Europea di cui il governo tedesco è il Dominus, è indispensabile per unire gli altri puntini che seguono nella rassegna stampa e capire, come nella Settimana Enigmistica, che cosa ne verrà fuori.

Per prima cosa vi devo segnalare un'affermazione del vice presidente Vance tra le tante (la maggior parte delle quali perfettamente condivisibili, anche se qualcuno magari gli avrebbe potuto obiettare che i valori comuni in arretramento sono stati messi in crisi dal cosmopolitismo nichilista concepito e fatto lievitare a dismisura proprio dalle élite statunitensi) affermazioni con le quali ha preso a calci nei maroni gli europei alla conferenza della pace di Monaco (ma non si poteva scegliere un altro posto? Questo, oltre a dimostrare una abissale ignoranza della Storia, porta pure sfiga). L'affermazione su Greta Thunberg è stata ignorata da tutti i giornali italiani e riportata solo dal Sussidiario:

 

Se la democrazia americana può sopravvivere a 10 anni di rimproveri di Greta Thunberg, voi potete sopravvivere a qualche mese di Elon Musk“.

 

A testimonianza dell'inconcepibile aberrazione dell'operazione mediatica "Piccola Greta", di fronte alla quale le élite europee si sono genuflesse, vista con gli occhi del white trash americano, che ne ha subìto le conseguenze e che ha plebiscitato Trump.

Racconta la stessa storia del deragliamento green delle istituzioni del Vecchio Continente, ma in modo molto più raffinato, Giulio Sapelli, sempre sul Sussidiario di domenica: "Industriali e burocrati Ue, ecco i “sonnambuli” che chiudono le nostre imprese":

 

"l’ostilità (all'industria) non viene ormai solo dal mercato e dai fattori della valorizzazione del capitale, ma dall’ambiente istituzionale e in primis dall’Ue, con le regole imposte dall’alto sulla cosiddetta transizione green, che non è sostenibile né come prezzi, né come organizzazione delle produzioni. Il problema sonnambulesco che colpisce l’industria italiana ed europea viene da lontano: commissari si sono succeduti a commissari e hanno emanato regolamenti su regolamenti su tutto senza mai sentire qualcuno che avesse il fegato di reagire intelligentemente".

 

Sapelli però ignora (o finge di ignorare) che in Italia i poteri forti che controllano l'associazione degli industriali reclamano a gran voce proprio queste stesse "regole imposte dall'alto" e la "cosiddetta transizione green". Sulla stampa di domenica se ne trovava l'ennesima dimostrazione con le richieste che arrivano da Elettricità Futura (l'ex Assoelettrica, ossia gli elettrici della Confindustria ora dominata dai rinnovabilisti). Cominciamo dall'articolo di Laura Serafini del Sole 24 Ore, "Caro bollette, la proposta dei produttori di rinnovabili", dove si indicano i PPA "che abbiano come controparte il GSE"

come Deus ex machina, anche se la stessa giornalista è costretta ad ammettere che, "nei dettagli", il come fare "non è ancora chiarito". Intanto però EF afferma che "nei siti esistenti si potrebbero aggiungere ulteriori 20 TWh di produzione". Abundandis in abundandum. A dimostrazione che la mai chiarita sostituzione di Re Rebaudengo (che noi non rimpiangiamo di sicuro!) dalla presidenza di EF non è stata dettata dal desiderio di un ritorno alla realtà.

Peggio ancora il Corrierone nell'articolo di Claudia Voltattorni "Bollette, i produttori: «Aiuti a famiglie e imprese, non solo agli energivori»",

che nel sottotitolo scrive senza tanti infingimenti: "L'appello di Elettricità Futura: puntare sulle rinnovabili" e che chiede alle Regioni di "autorizzare gli impianti rinnovabili, invece bloccati da tempo". E tte pareva...

Questo impegno dei giornaloni (di tutta Europa. E delle televisioni. Soprattutto delle televisioni) a presentare le rinnovabili (ovviamente sto parlando di quelle non programmabili) come soluzione e non come causa del problema fa comprendere il contenuto di questo articolo di Joseph Sternberg sul Wall Street Journal di venerdì: "Le elezioni in Germania eludono la sua debacle sul clima", che sottotitolava:

 

"I partiti mainstream girano in punta di piedi attorno al fiasco green che sta devastando l'economia del Paese".

 

Raccomando a chi conosce l'inglese di mettersi di buona volontà a tradurlo tutto, perchè merita. Qui mi limito a tradurre i passaggi più significativi, ed in particolare quello, verso la fine dell'articolo, da noi evidenziato in grassetto:

 

"Il Paese si trova nel mezzo di una crisi economica globale e il problema più grave per le famiglie e le imprese riguarda l'energia. Si potrebbe quindi pensare che l'energia sia al centro dell'attenzione nella campagna elettorale. Vi sbagliate in gran parte perché questa, ebbene sì, è la Germania moderna. Le famiglie e le imprese tedesche pagano prezzi dell'energia tra i più alti al mondo... La colpa è della transizione verso l'energia verde in atto da circa 20 anni. La Germania ha gradualmente eliminato dal suo mix energetico fonti energetiche alternative a prezzi accessibili, come il carbone, abbandonando gradualmente anche l'affidabile energia nucleare... Un aspetto sorprendente della campagna elettorale è la resistenza dei politici mainstream ad offrire delle soluzioni... Merz (candidato alla Cancelleria della CDU e previsto vincitore. NdT) probabilmente capisce il problema dell'energia della Germania e forse, se lasciato fare, lo risolverebbe nel modo ovvio: abbandonando le rinnovabili e raddoppiando le fonti fossili più pulite e il nucleare. Il suo partito, comunque, non è dello stesso avviso... Com'è tipico per i partiti europei di centro-destra, la CDU include una corrente green che crede davvero all'agenda climatica. Questo spiega perchè le promesse della CDU sono un tale guazzabuglio... (La società tedesca) è il problema. I partiti della Germania non possono ammettere la dimensione del disastro dell'energia perchè gli stessi votanti non lo hanno riconosciuto come tale. E così il Paese sta sostenendo una campagna elettorale su chi può meglio amministrare una transizione verde e non se debba essercene una. Rimane per lo più senza risposta se le rinnovabili possano fornire energia ad una economia industriale avanzata, o anche se possa importare al clima globale se un Paese dalle modeste dimensioni della Germania attui la decarbonizzazione. L'eccezione è AfD..."

Questo sul quotidiano letto dall'alta finanza americana, non sui social dello sciamano e degli altri sfigati che hanno assalito il Campidoglio.

Prosit.

 

Alberto Cuppini

 

 

 

 

Tutto quello che i giornaloni non dicono sulle crisi di governo in Germania, Norvegia e Belgio, provocate dalle folli politiche dell'European Green Deal. Tutte le Destre europee, a cominciare da Fratelli d'Italia, osservano incredule e ringraziano.

 

Nella rassegna stampa di oggi tralascio volutamente le notizie della grandinata di progetti di impianti di rinnovabili elettriche che si sta abbattendo sul nostro Paese. Lo faccio nonostante tali impianti incontrino (come è naturale che sia) una ostilità sempre crescente nelle popolazioni vittime delle indesiderate attenzioni dei "Salvatori del Pianeta". Ho preso questa decisione perchè fare il pompiere, come fanno i nostri amici delle associazioni contrarie all'eolico industriale, senza prima fermare gli incendiari è inutile. Vediamo dalla stampa "non-globalista" di oggi chi sono questi incendiari.

Cominciamo dalla notizia più importante, che arriva da un lancio dell'Ansa di ieri sera che nessuno (almeno per quello che ne so io) ha raccolto: "Merz, 'via i lobbisti verdi dall'economia tedesca'".

Il titolo del lancio è parzialmente fuorviante. Le parole del prossimo cancelliere tedesco sono state: "Via i "lobbisti delle ong verdi" dal ministero dell'Economia". Quando mai il ministro italiano dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica dirà la stessa cosa, anch'egli a giusta ragione, riferendosi al proprio ministero? Ma persino più importante appare l'altra affermazione di Merz:

"La Germania è al terzo anno di seguito in recessione. In nessun altro momento della storia del dopoguerra e in nessun altro Paese industriale del mondo accade questo",

che dà il senso di un dramma incombente sulla Germania, di cui gli elettori tedeschi sono ben consapevoli, ma che viene ignorato nel resto d'Europa, dove i media politicamente corretti continuano a raffigurare una realtà inesistente di benessere, di favore diffuso verso la Grüne Politik (chiamata talvolta Ökopolitik) e di convivenza armoniosa con gli immigrati arrivati a dismisura durante gli anni della Merkel (e poi di Scholz) al potere.

Di alcuni aspetti di questa "omertà" mediatica, che viene definita proprio così, senza tanti giri di parole, parla Nicola Berti nell'articolo di oggi sul Sussidiario "L’omertà tedesca (ed europea) sulla “strana” sinistra di Bsw", che stigmatizza (giustamente)

"i media italiani, che invece mettono in prima pagina le “democratiche” fiaccolate notturne a Berlino contro AfD, sebbene adottino lo stile AfD e accolgano nei cortei anche le camicie rossobrune di BSW."

Vi invito a leggere tutto l'articolo di Berti sul sito web del Sussidiario.

Altrettanto da leggere in linea, questa volta nel sito web de Il Giornale, è l'articolo dell'altro ieri di Pier Luigi Del Viscovo "La rivelazione dei belgi: I "Verdi" hanno stufato", che, nel presentare la nuova variopinta coalizione al governo in Belgio, sottotitolava

"Il Belgio ci interessa il giusto, ma una riflessione generale sui movimenti verdi è quanto mai opportuna, dopo il disastro che hanno provocato all'economia europea negli ultimi anni".

 Osservava Del Viscovo:

"Ognuno di questi partiti dovrà governare con almeno un altro che sta su posizioni opposte, eppure l'unico boccone che nessuno di essi ha voluto mandar giù è quello colorato di verde, ossia i due partiti ecologisti e ambientalisti Groen e Ecolo."

Del Viscovo riprendeva la fragorosa notizia (anche questa ampiamente silenziata dai giornaloni, che non avevano ripreso con la dovuta attenzione i lanci Ansa) che Bart De Wever governerà in Belgio con la sua Alleanza Neo-Fiamminga.

Dove non potè l'immigrazione clandestina incontrollata per oltre vent'anni, c'è riuscito l'immiserimento di gran parte della popolazione innescato dall'European Green Deal. E così ecco realizzato un altro passo verso il "Let's kill the Green Deal", come titolava Politico giovedì scorso.

Sempre giovedì scorso giungevano anche le notizie del fulmine a ciel sereno in Norvegia, dove la coalizione di governo si è frantumata proprio sull'acquiescenza della Norvegia verso l'European Green Deal. Clamoroso! La Norvegia (sempre indicata a modello dalla Von der Leyen perchè pare che lì tutti abbiano l'auto elettrica) è andata in crisi proprio a causa dei prezzi troppo alti dell'elettricità. Euronews, illustrando le cause, ha titolato senza mezzi termini: Norvegia, crolla il governo di coalizione: il ministro delle Finanze incolpa politica energetica Ue.

A questo stesso proposito, un editoriale anonimo de Il Foglio di sabato scorso dal titolo "Totem ambientalisti che cadono" così concludeva:

"persino in un paese attento all'ambiente come la Norvegia il vento sta cambiando. Intanto, a Bruxelles la presidente Ursula von der Leyen ha ribadito che la strategia climatica europea non cambierà. I mal di pancia che stanno facendo cadere i governi l'uno dopo l'altro, da Berlino a Oslo, non sembrano per ora turbare Bruxelles. Resta da capire se siamo di fronte a una convinzione irresistibile o alla stessa leggerezza dei teologi bizantini che, mentre Costantinopoli cadeva, discutevano del sesso degli angeli".

Tutti regali per le Destre. Approfitta della leggerezza dei teologi euro-bizantini adoratori di pale e pannelli, non potendone fare a meno, anche Fratelli d'Italia. Nell'articolo di Francesco Giubilei su Il Giornale di oggi dal titolo "Sfida alle ricette "green" di Timmermans" leggiamo:

"ieri si è svolta a Roma il convegno «Ambiente ed Energia: contro le eco-follie per un futuro realmente sostenibile» promosso dal Senatore e Commissario per la ricostruzione Guido Castelli... Come ha spiegato il ministro Foti «se il green deal diventa un'ideologia, come è stata fino ad oggi, ci porta fuori strada» per poi aggiungere «finita l'ubriacatura green bisogna affrontare i dati realisticamente». Nel suo intervento Guido Castelli ha spiegato che: «il pragmatismo che invoca sempre la premier Meloni punta alla neutralità energetica e tecnologica per trovare le soluzioni migliori a condizione di armonizzarle con le caratteristiche dei territori, senza progetti disegnati negli uffici di qualche super-burocrate che non conosce la natura dei territori europei», un riferimento alle eco-follie europee e alle politiche di Frans Timmermans. Proprio l'ex commissario Ue ideatore del green deal, uscendo ieri dal vertice pre-consiglio del Partito socialista europeo a Bruxelles, se l'è presa contro la destra per il caso dei finanziamenti europei ricevuti dalle Ong green e utilizzati per fare lobbying: «questo è un attacco della destra verso la società civile»."

Tutta la Destra europea lo ringrazia commossa. Impossibile non trionfare alle elezioni con avversari così pervicaci nell'incaponirsi nei mastodontici errori commessi.

 

Alberto Cuppini

 

 

 

La Shell ha annunciato di aver effettuato una svalutazione di circa un miliardo di dollari per un impianto eolico offshore negli Stati Uniti, che è stato colpito dagli ordini esecutivi del nuovo presidente Usa. Trump aveva detto a Davos: "L'industria green è un imbroglio. Ho messo fine al ridicolo e dispendioso Green New Deal, io lo chiamo la truffa verde." Il raggiro dell'eolico "energia alternativa" è stato definitivamente svelato sia dalla vittoria di Trump che dal disastro della Dunkelflaute in Germania. Stupisce quindi che in Italia, oltre a rilanciare gli investimenti sull'eolico offshore, i parlamentari (bipartizan) - nuotando contro la corrente della storia e del buon senso - ultimamente stiano concedendo regaloni di tutti i tipi al settore eolico, a debito delle nostre bollette elettriche.

 

Un trafiletto nascosto a pagina 31 del Sole 24 Ore di oggi dal titolo: "Effetto Trump: Shell perde 1 miliardo in eolico", che ripropone la notizia bomba diffusa ieri dai siti specializzati in investimenti, informa l'opinione pubblica italiana che:

"Shell ha annunciato di aver effettuato una svalutazione di circa 1 miliardo di dollari per un campo eolico offshore negli Stati Uniti che è stato colpito dagli ordini esecutivi del nuovo presidente Usa... Proprio la settimana scorsa Trump aveva scritto su Truth Social (il social network creato da Trump stesso. NdR) che auspicava che i progetti eolici offshore nel sud del New Jersey fossero "morti e andati"."

Niente di nuovo per i media stranieri.

Ma soprattutto niente di particolarmente nuovo neppure in Italia, dopo quello che tutti avevano letto in prima pagina dello stesso Sole venerdì scorso circa le dichiarazioni del neo eletto presidente USA sul green e l'eolico. Trump parlava, in video collegamento, a Davos al "Forum" dov'era concentrato tutto il Potere Globalista (qualcuno lo chiama deep state), che gli ha fatto la guerra durante il suo primo mandato, gliene ha combinate di tutti i colori per negargli la rielezione e poi, dopo la sua dipartita dalla Casa Bianca, ha cercato di eliminarlo dalla scena in tutti i modi possibili. Abbastanza comprensibile che l'uomo, che già non è simpaticissimo di suo, si sia dimostrato alquanto ostile. Dubito che qualcuno dei presenti nell'amena località svizzera sapesse che cosa aveva fatto a suo tempo Lucio Cornelio Silla (un altro tipetto poco carino), in circostanze analoghe, ai suoi avversari dopo la vittoria di Porta Collina. Qui limitiamoci a riportare da Il Sole che cosa ha detto Trump, nei consueti toni misurati, sulle nostre ambasce:

"Il Green deal è una truffa... L'industria green è un imbroglio. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole... Ho messo fine al ridicolo e dispendioso Green New Deal, io lo chiamo la truffa verde..."

Stupisce perciò - a maggior ragione - leggere sempre oggi, e sempre a proposito di eolico offshore, su Il Giornale a firma Marco Leardi l'articolo "Renexia stringe sul maxi-parco eolico":

"Il più grande parco eolico offshore galleggiante del Mediterraneo sta prendendo forma. La nuova frontiera dell'energia pulita fluttuerà sulle onde con Med Wind, il principale progetto di Renexia, la società del Gruppo Toto attiva nelle rinnovabili e guidata dal direttore generale Riccardo Toto... Ad agosto è stato firmato un protocollo d'intesa con MingYang, uno dei più grandi produttori al mondo di turbine, e il Mimit, proprio per avviare un modello industriale che in Europa ancora non esiste, con la realizzazione di una fabbrica sul suolo nazionale... Renexia pensa a uno sviluppo di sistema. «Abbiamo l'opportunità di creare una filiera nazionale specializzata e dare il via a una grande industria eolica italiana», ha osservato Toto, evidenziando le grandi potenzialità del settore."

Se Riccardo Toto e gli altri "stakeholder" di questo progetto ignorano che cosa è successo nel 1917 in Russia, dopo la Rivoluzione di Ottobre, agli "stakeholder" dell'energia in seguito agli ordini esecutivi di Lenin (che allora non si chiamavano "ordini esecutivi" ma "ukase"), i parlamentari italiani (bipartizan), che nuotando contro la corrente della storia e del buon senso ultimamente stanno concedendo regaloni di tutti i tipi al settore eolico, sono tenuti a conoscere almeno che cosa è successo al Titanic, che ricevette sei avvisi di iceberg in prossimità della rotta, ma nonostante ciò continuò a viaggiare alla massima velocità fino a quando le vedette, non provviste di binocoli, ne avvistarono uno proprio di fronte.

 

Alberto Cuppini

The Wall Street Journal sugli incendi di Los Angeles: "Invece di cercare come Don Chisciotte di cambiare il clima, i politici della California dovrebbero utilizzare i propri fondi nella mitigazione e nell'adattamento agli effetti del cambiamento climatico. Se i democratici che guidano lo Stato credono nella loro stessa propaganda, perchè non spendono i soldi in modi utili anzichè nel green, una transizione energetica verso il nulla? Se gli incendi sono destinati ad essere più comuni, allora rimettere ordine nel sistema idrico sarà essenziale. Ma i governi hanno risorse limitate e devono stabilire delle priorità. E i politici californiani - statali e locali - preferiscono spendere i soldi nei sussidi verdi, che comperano voti, piuttosto che in infrastrutture che si ripagheranno in futuro. Le loro politiche climatiche sono una pura esibizione di virtù per compiacere la lobby climatica."

 

Dopo le ripetute alluvioni in Emilia Romagna, la legge dantesca del contrappasso pare colpire un'altra prima della classe nella lotta al cambiamento climatico secondo i folli dettami delle COP dell'ONU: pale eoliche, pannelli fotovoltaici, lo sforzo suicida verso il "tutto elettrico" e tutto l'armamentario della retorica green non hanno aiutato neppure la California, ed in particolare Los Angeles, devastata dagli incendi. Proponiamo di seguito la traduzione di alcuni brani tratti dall'editoriale pubblicato sul Wall Street Journal di ieri, dal titolo "California's Climate Time for Choosing",  che si potrebbe adattare, mutatis mutandis, a Bologna, all'Emilia-Romagna, all'Italia ma soprattutto all'Unione Europea della commissione Von der Leyen. Ad ennesima testimonianza dell'errore di prospettiva nella scelta delle strategie contro i cambiamenti climatici.

 

"Gli incendi di Los Angeles sono impressionanti da osservare, e forse sono abbastanza gravi da provocare qualche ripensamento nella classe politica della California. Invece di cercare come Don Chisciotte di cambiare il clima, dovrebbero spendere il loro denaro nella mitigazione e nell'adattamento agli effetti del cambiamento climatico. I democratici danno la colpa degli incendi di Los Angeles al clima che sta cambiando, che è una scusa comoda quando i cittadini si infuriano contro i fallimenti del governo statale e di quello locale. Le prove non supportano la spiegazione del clima siccome (tra le altre ragioni) la California ha avuto un clima secco, e a volte venti con la forza di un uragano, per secoli. Se i democratici che guidano lo Stato credono nella loro stessa propaganda, perchè non spendono i soldi in modi utili anzichè nel green, una transizione energetica verso il nulla?

...

L'infrastruttura idrica della regione è stata costruita più di un secolo fa per combattere gli incendi domestici, non roghi come quello di questa settimana... L'enorme richiesta di acqua ha causato una perdita di pressione, che ha reso più difficile pompare acqua verso l'alto per riempire i serbatoi, pieni prima degli incendi, che si erano rapidamente svuotati. Morale della favola: i pompieri hanno dovuto fare affidamento su enormi camion cisterne, alimentati dal buon vecchio diesel.

...

Ma rinnovare il sistema idrico per favorire il lavoro dei pompieri è costoso. La locale azienda municipale per l'acqua e l'energia sta lottando, molto semplicemente, per mantenere attivo il sistema già esistente... Le sue tubature in media hanno 60 anni...  Se gli incendi sono destinati ad essere più comuni, allora rimettere ordine nel sistema idrico sarà essenziale. Ma i governi hanno risorse limitate e devono stabilire delle priorità. E i politici californiani - statali e locali - preferiscono spendere i soldi nella redistribuzione dei redditi e nei sussidi verdi, che comperano voti, piuttosto che in infrastrutture che si ripagheranno in futuro. I democratici hanno dato priorità in particolare a ridurre le emissioni di CO2 piuttosto che a mitigare gli effetti di un clima variabile. I mandati statali sull'energia rinnovabile hanno forzato la Pacific Gas & Electric Co. a spendere pesantemente su sole, vento e batterie, a discapito dell'aggiornamento delle vecchie linee elettriche che hanno innescato alcuni degli incendi più catastrofici dello Stato.

...

Lo Stato spende più nel "combattere" il cambiamento climatico che a prevenirlo. Il budget del Governatore lo scorso anno includeva 2,6 miliardi di dollari per la "resilienza forestale e agli incendi", molto meno dei 14,7 miliardi di dollari destinati ai veicoli a zero-emissioni e alla transizione verso l' "energia pulita". I cento miliardi di dollari della California per il treno proiettile e per le pale eoliche offshore non faranno nulla  per prevenire gli incendi o per proteggere le comunità. I sussidi dati al fotovoltaico sui tetti non forniscono nessuna consolazione a chi ha perduto le propria abitazione. Più in generale, niente di quello che la California fa per sussidiare i veicoli elettrici o penalizzare i carburanti fossili avrà il ben che minimo effetto sulla temperatura globale. Le sue riduzioni delle emissioni di CO2 sono rese irrilevanti dagli incrementi realizzati altrove, includendo le emissioni provocate dagli incendi. Le loro politiche climatiche sono una pura esibizione di virtù per compiacere la lobby climatica.

...

E' tempo per i democratici di scegliere che cosa è più importante: le loro ossessioni climatiche oppure i cittadini."

 

Alberto Cuppini

 

 

Pagina 1 di 4

L'articolo del giorno

Parchi eolici nell'Appenino

Mappa interattiva delle installazioni proposte ed esistenti