Sergio Giraldo: "Il rapporto dell'Aie certifica l'inanità degli sforzi europei per ridurre le emissioni... Una spinta folle verso il green a tutti i costi (in senso letterale) che sta demolendo ciò che resta dell'industria europea".

 

Annunciato da un titolo in prima pagina del Sole 24 Ore di oggi ("Consumo globale di carbone raddoppiato in 30 anni") l'articolo di Sissi Bellomo dove si riconosce che, se la popolazione terrestre in 30 anni è aumentata del 50% e il PIL globale è triplicato (facendo uscire miliardi di persone dalla miseria) è inutile parlare di riduzione dei consumi di carbone, il combustibile fossile più a buon mercato, sebbene "super inquinante". Il Sole però persiste nell'errore affermando che "Oggi c'è l'alternativa delle rinnovabili con costi di realizzazione degli impianti che sono crollati rendendole competitive con le fonti fossili" aggiungendo però (bontà sua): "Ma il sole e il vento, fonti intermittenti, hanno bisogno di sistemi di stoccaggio e altri impianti di generazione che, tolto il nucleare (e l'idroelettrico quando c'è), bruciano combustibili fossili". Negando così, in modo implicito, l'affermazione precedente, ovvero qualsiasi carattere "alternativo" all'eolico e al fotovoltaico.

La Bellomo arriva buona ultima a discettare del rapporto sul carbone pubblicato mercoledì dall'Agenzia internazionale dell'energia (Aie), dopo che ieri se n'erano occupati tutti, a cominciare da Sergio Giraldo su La Verità, che, meno preoccupato della political correctness rispetto alla Bellomo, nel suo articolo (anch'esso annunciato in prima pagina col titolo "Più noi ci suicidiamo con il green più il mondo consuma carbone") andava diritto al vero problema:

"Il rapporto dell'Aie uscito ieri certifica l'inanità degli sforzi europei per ridurre le emissioni... Una spinta folle verso il green a tutti i costi (in senso letterale) che sta demolendo ciò che resta dell'industria europea".

Questo ennesimo rapporto sugli abnormi consumi globali di carbone, costantemente in crescita fin dalla prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull'ambiente a Rio de Janeiro nel 1992, non fa che confermare, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, la correttezza dell'approccio di Lucio Caracciolo, ovvero che il cambiamento climatico è un problema ultra complesso e che, come tale, richiede una molteplicità di soluzioni altrettanto complesse. A cominciare, in parallelo all'aumento della spesa in ricerca scientifica, da quelle di mitigazione e di adattamento che hanno effetto immediato a livello locale. Senza affidarsi al mantra del "tutto elettrico" ed alla fede puerile nelle taumaturgiche virtù dei pannelli fotovoltaici e delle pale eoliche, da conficcare ovunque in Italia per... "la Salvezza del Pianeta".

Il pianeta, in realtà, sta andando in tutt'altra direzione rispetto a quanto fantasticato dalle (interessate) gretine di casa nostra e di Bruxelles.

 

Alberto Cuppini

Il Sole 24 Ore: "Senza incentivi statali, nessun investitore si è presentato per la concessione di 30 anni per il più grande parco eolico nel Mare del Nord. L’energia eolica sta diventando un pessimo affare: a mercato, senza aiuti pubblici, l’energia prodotta dal vento ha prezzi negativi, dunque si produce in perdita. Ma un’industria privata che sta in piedi solo se lo Stato paga, è sostenibile o è una bolla speculativa?"

Segnaliamo, nella nostra rassegna stampa di contro-informazione eolica, un articolo del Sole 24 Ore del 9 dicembre a firma Simone Filippetti: "Flop in Danimarca dell’eolico: va deserta la gara per il più grande parco marino", che sottotitolava "Senza incentivi statali, nessun investitore si è presentato per la concessione di 30 anni nel Mare del Nord" e che esordiva così: "La Danimarca fa un clamoroso flop nelle energie pulite... Sta forse per scoppiare la bolla dell’energia eolica?". Potete anzi dovete leggere tutto l'articolo sul sito web del Sole. Ma ancor più clamoroso del flop dell'eolico nel "paese più verde d'Europa" è clamoroso il capoverso finale dell'articolo:

 

"L’energia eolica sta diventando un pessimo affare: a mercato, senza aiuti pubblici, l’energia prodotta dal vento ha prezzi negativi, almeno quella del Mare del Nord, dunque si produce in perdita. Ma un’industria privata che sta in piedi solo se lo Stato paga, è sostenibile o è una bolla speculativa?".

 

"Bolla speculativa": avete letto bene. "Bolla speculativa" e "L’energia eolica sta diventando un pessimo affare". Fino all'altro ieri sarebbe stato impossibile persino immaginare di leggere simili perentorie affermazioni sul Sole, quotidiano della Confindustria e grande sponsor dell'interessata ideologia delle rinnovabili salvifiche.

Che cosa mai sarà successo per modificare in modo così drastico l'indirizzo redazionale? Azzardiamo un'ipotesi avvalendoci di un altro articolo del Sole, annunciato in prima pagina proprio oggi 12 dicembre, scritto questa volta da Sissi Bellomo: "Elettricità i prezzi all'ingrosso volano a livelli che non si vedevano dal 2022", che sottotitola "Forti rincari in tutta Europa, in Italia Pun a 182 euro/MWh, in Germania punte a 1000 euro. Da settimane le rinnovabili deludono e il freddo si fa sentire, costringendo a bruciare più gas (che a sua volta è più caro)".

Proponiamo alcuni brevi passaggi (se volete leggere l'articolo nella sua interezza, come vi consigliamo poichè denso di informazioni traumatizzanti per i "rinnovabilisti", dovete correre in edicola oppure abbonarvi all'edizione digitale del Sole):

 

"Purtroppo non è un'impennata sporadica. I mercati energetici sono tornati in tensione ormai da settimane, a causa del freddo e di frequenti carenze di energie verdi che costringono a bruciare maggiori quantità di combustibili fossili... Molti analisti temono che la tendenza possa proseguire e addirittura accentuarsi, soprattutto se le forniture residue di gas russo si fermeranno, costringendo a sostituirle a costi molto più elevati con carichi extra di Gnl... In Germania anche le centrali a carbone e a lignite oggi stanno andando a pieno ritmo. Persino la Francia - regina dell'atomo - da ieri ha riacceso centrali a olio combustibile, a causa di un'ondata di freddo intenso e delle forti esportazioni di elettricità (a cui non rinuncia) verso Paesi vicini che pagano prezzi allettanti: in particolare Italia e Germania, entrambe prive di energia nucleare e dipendenti dall'estero... situazione ormai ricorrente: quello che i tedeschi chiamano Dunkelflaute, i periodi con poco vento e poco sole, che paralizzano le rinnovabili intermittenti."

 

"Situazione ormai ricorrente" significa che anche il Sole si è reso conto che la crisi dei prezzi dell'energia non dipende da una situazione contingente bensì è strutturale - in presenza di massive quantità di rinnovabili intermittenti super-sussidiate - già da ora, anche senza attendere la "decarbonizzazione integrale" prevista per l'Europa entro il 2050.

Per completare il ragionamento, qualora le cause del disastro non fossero ancora chiare ed altrettanto non chiare fossero le sue conseguenze letali, segnaliamo l'articolo di Paolo Annoni sul Sussidiario dell'undici dicembre dal titolo "Elettricità ai massimi da 2 anni/ Il problema che l’Italia non può risolvere con le rinnovabili".

Riportiamo qualche stralcio dell'articolo sollecitando a leggerlo tutto con la massima attenzione sul sito web del Sussidiario, dove è liberamente disponibile, e, più in generale, a seguire i (quasi) quotidiani articoli controcorrente di Annoni:

 

La disponibilità di batterie, anche in Germania, è molto più bassa dell’energia elettrica rinnovabile prodotta e quindi non c’è rimedio ai periodi senza vento. Produrre batterie in grado di coprire un’ora di produzione eolica tedesca oggi costa circa 20 miliardi di euro; per coprire un giorno il costo sarebbe 480 miliardi di euro. Per tre giorni ci vorrebbe il Pil della Spagna. Torniamo in Italia. L’Italia ha i prezzi dell’elettricità più alti d’Europa e tra le due e le tre volte superiori a quelli del 2019, ma questo non sembra preoccupare particolarmente il “sistema”. Forse si scommette, a torto, che questa nuova normalità sia destinata a risolversi in tempi ragionevoli man mano che si sviluppano le rinnovabili in un’ottica di “green deal” europeo. Eppure la Germania, il Paese che più ha investito in rinnovabili in Europa, non è affatto in una posizione invidiabile... L’altra spiegazione è che si ritiene che le imprese italiane, già estremamente efficienti per resistere a tasse e burocrazia e con un costo del lavoro cresciuto meno che in Europa, possano comunque sopravvivere anche con i prezzi dell’elettricità più alti. Eppure, nonostante i salari cresciuti meno di tutti, la produzione industriale scende in Italia... 

I piani industriali delle utility segnalano un preoccupante spostamento sugli investimenti in “reti” irresistibilmente attratti da piani tariffari che garantiscono, a spese della collettività, rendimenti garantiti in qualsiasi condizione economica. Tutto il resto, soprattutto quello con cui si potrebbe produrre energia economica, è fermo... In assenza di un’urgenza, anche mediatica, gli operatori si fanno determinare, inevitabilmente, dagli incentivi che offre il sistema... È comunque significativo che nemmeno con questi prezzi dell’elettricità si metta mano agli investimenti in produzione e che nessuno se ne preoccupi".

 

Per la sopravvivenza delle imprese italiane non basta più nemmeno tenere compresso a livelli imbarazzanti il costo del lavoro, nella colpevole acquiescenza dei lavoratori, i cui sedicenti rappresentanti sindacali sono da anni favorevoli alla follia suicida del "tutto rinnovabili".

Eppure "il tabù del green", come lo chiama Annoni, verrà presto infranto dalla crisi economica incombente. Allora qualcuno, vedrete, se ne occuperà con "urgenza, anche mediatica". Magari sarebbe auspicabile che questo qualcuno a Roma si muovesse prima del patatrac. Ma forse è chiedere troppo a questa classe politica, anch'essa figlia del mortificante clima di oppressione culturale istaurato dalle nostre élite di genesi sessantottina.

 

Alberto Cuppini

 

 

Dopo Markus Krebber, amministratore delegato del colosso energetico tedesco RWE, ("in Germania ci stiamo comportando da anni come se la questione dell'aggiunta di capacità sicura fosse qualcosa che può essere rinviato. Eppure possiamo vedere chiaramente  già oggi che cosa succede quando spegniamo tale capacità e non forniamo alcun backup per le energie rinnovabili") anche Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, ("I doppi costi fissi per i sistemi energetici verdi e tradizionali sono la ragione principale degli alti prezzi dell’elettricità in Germania") abbandona la trita narrazione delle pale e dei pannelli miracolosi.

 

"Potrebbe essere stato scritto da un maestro del neorealismo per quanto infila senza pietà il dito nella piaga. Un grido d’aiuto, una pubblica ammissione di impotenza energetica – in tutti i sensi, anche tecnico – di fronte alla prima criticità meteo palesatasi a sua volta nel primo, vero giorno di clima avverso e domanda in aumento. Il famoso picco del 6 novembre, appunto. Superato nell’arco di pochi giorni, certo. E senza entrare in uno stato di emergenza tale da scomodare i media, ancora prevalentemente improntati alla narrativa del catastrofismo green."

 

Così Mauro Bottarelli sul Sussidiario del 26 novembre nell'articolo "I dati tedeschi sull’energia che non possono non preoccupare l’Italia", dedicato al post pubblicato su Linkedin da Markus Krebber, amministratore delegato del colosso tedesco RWE, uno dei principali gruppi energetici europei. Riportiamo di seguito la traduzione integrale del post:

 

"All'inizio di questo mese, la fornitura di energia elettrica tedesca ha raggiunto i suoi limiti.

Nelle ore serali del 6 novembre, il prezzo dell'elettricità è aumentato in modo estremamente rapido ed estremamente brusco, a più di 800 euro al megawattora. Ciò lo ha reso circa dieci volte più costoso del solito. Ci sono state proteste, ma non sono durate a lungo. Tuttavia, l'intera faccenda è stata più di un semplice colpo di avvertimento.

Le fasi in cui vento e sole producono solo una quantità limitata di elettricità (una cosiddetta Dunkelflaute) sono normali. E saranno sempre ragguardevoli, quindi dobbiamo essere preparati. Per garantire la stabilità (la stabilità del sistema nel suo complesso e la stabilità dei prezzi in particolare). Dopo tutto, questi prezzi elevati sono un'indicazione assolutamente affidabile dello stato della sicurezza dell'approvvigionamento in Germania. Sono il risultato di un'offerta troppo scarsa.

Quindi diamo un'occhiata alle cifre del 6 novembre: la domanda era di circa 66 GW. Era coperto dalla produzione nazionale (circa 53 GW) e dalle importazioni (circa 13 GW). Quasi l'intera offerta nazionale era disponibile (solo 4 GW circa non erano disponibili, il che non è insolito). In termini di capacità di importazione, solo 3 GW circa di capacità di interconnessione non erano disponibili (anche questo non è insolito).

In termini concreti, ciò significa che la stessa situazione non sarebbe stata gestibile in un altro giorno con un carico di picco più elevato. Ad esempio, in gennaio. La domanda di elettricità più elevata dell'anno è stata il 15 gennaio, con oltre 75 GW. Quasi 10 GW in più rispetto al 6 novembre!

E in Germania ci stiamo comportando (da anni) come se la questione dell'aggiunta di capacità sicura fosse qualcosa che può essere rinviato. Eppure possiamo vedere chiaramente  già oggi che cosa succede quando spegniamo tale capacità e non forniamo alcun backup per le energie rinnovabili.

No, non abbiamo più tempo, anzi: proprio il contrario. Il tempo sta per scadere. L'aumento è urgente, e non solo da questo mese."

 

Ve lo immaginate Flavio Cattaneo, amministratore delegato dell'Enel, fare altrettanto? Ma la diversa percezione dell'emergenza in Germania (dove il problema dell'eccessivo potenziale elettrico non programmabile, bisogna riconoscerlo, è molto più grave che in Italia) non riguarda solo i dirigenti delle grandi aziende energetiche. Un paio di giorni fa mi è capitato di leggere questo titolo sul Quotidiano Energia: "Germania, il governo vuole ridurre i prezzi elettrici" che mi ha incuriosito, e perciò, nel silenzio dei giornaloni italiani, per saperne di più ho fatto una ricerca per scandagliare in rete i quotidiani tedeschi. Ho trovato, tra gli altri, un articolo sul sito web della TV pubblica ZDF dal titolo "Abbassare i prezzi dell'energia elettrica industriale come soluzione?".

 

Abbiamo così appreso che il ministro dell'Economia Robert Habeck intende ridurre gli elevatissimi prezzi dell'elettricità in Germania con sussidi a breve termine, utilizzando i 5,5 miliardi di euro stanziati originariamente per la fabbrica Intel di Magdeburgo. Questa ennesima toppa in un vestito ormai consunto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Si sono moltiplicate le espressioni di insofferenza verso le fonti di energia non programmabile da parte non solo di imprenditori ma anche dei capi economisti di alcune grandi banche intervistati dalla ZDF, ed in particolare quello della Commerzbank:

 

"Jörg Krämer è anche critico nei confronti del mantra di Habeck secondo cui solo la massiccia espansione delle energie rinnovabili può risolvere tutti i problemi legati ai prezzi elevati dell'elettricità: "Non funzionerà. Serve anche un carico di base stabile quando non splende il sole o non c'è vento non soffia."

Le energie rinnovabili hanno senso solo se l’infrastruttura per la distribuzione e lo stoccaggio viene ampliata più rapidamente. Questo è ora il problema più grande dell’installazione di nuovi sistemi. L'elettricità verde attualmente ha sempre bisogno come partner dell'elettricità convenzionale controllabile da gas, carbone o energia nucleare per coprire i periodi bui, indipendentemente dal numero di pannelli solari e turbine eoliche. I doppi costi fissi per i sistemi energetici verdi e tradizionali sono la ragione principale degli alti prezzi dell’elettricità in Germania. Questa intuizione non dovrebbe essere una novità per il ministro federale dell’Economia."

 

Rimaniamo in fiduciosa attesa che qualche economista o banchiere cuor di leone italiano faccia (dica) pure lui le stesse cose.

Ormai il Re è nudo, ma in Italia tutti tacciono e aspettano che il disastro energetico si manifesti in modo irreversibile pur di non bruciarsi le dita ed essere tacciato di negazionismo o, peggio ancora, di avere provocato lui stesso la crisi con parole disfattiste verso le magnifiche sorti e progressive delle pale e dei pannelli miracolosi.

E così, condotta per mano dal suo establishment politicamente corretto, l'Italia imbocca con decisione il sentiero per il ritorno garantito al Medioevo.

 

Alberto Cuppini

Dunkelflaute è il termine tedesco che descrive il verificarsi simultaneo di assenza di vento e oscurità, tipico in inverno. In queste condizioni, la produzione da energia eolica e solare cala drasticamente, mentre la domanda di elettricità cresce a causa delle basse temperature. La Dunkelflaute può durare giorni, mettendo sotto pressione l’intero sistema energetico. Paolo Annoni: "I prezzi dell’elettricità in Germania sono tornati ai massimi dalla fine del 2022. Le ragioni di questa impennata, soprattutto in Germania, non sono un mistero; la produzione rinnovabile, eolica e solare, è ai minimi e alla Germania tocca compensare bruciando carbone e importando dai Paesi confinanti. Alcuni di questi Paesi garantiscono i consumi dei tedeschi grazie al nucleare che Berlino ha deciso di chiudere in nome del “green”... 600 miliardi di euro, l’equivalente di decine di centrali nucleari, sono stati spesi dai tedeschi in rinnovabili per avere i prezzi dell’elettricità più alti d’Europa e la dipendenza dai Paesi confinanti. A nulla varrebbe, ovviamente, se la Germania avesse il doppio o il triplo dei pannelli o delle turbine; se non c’è il vento che ci siano una o mille pale eoliche non cambia il risultato". Mauro Bottarelli: "La crisi industriale da collasso dell’automotive rischia di mixarsi a breve con una probabile, nuova esplosione dei costi energetici. Di fatto, la tempesta perfetta. La pentola a pressione sociale comincia a fischiare". Rassegna stampa degli effetti catastrofici della "Dunkelflaute", una parola tedesca destinata a diventare di uso comune se si continuerà con una "transizione" senza se e senza ma verso le rinnovabili non programmabili come l'eolico e il fotovoltaico. Tutti gli articoli citati in questa rassegna sono liberamente disponibili in rete.

 

 

Mauro Bottarelli il 7 novembre scorso, per combinazione proprio all'indomani della vittoria di Trump alle elezioni e della crisi di governo tedesca, su Il Sussidiario scriveva l'articolo "Le rogne di Europa e Italia che si cerca di nascondere":

 

"Che la palla di neve stia ormai tramutandosi in valanga lo conferma il fatto che non occorra più cercare la Spoon River occupazionale dell’automotive nelle cronache locali. Persino La Repubblica ci è arrivata. Ancora un fall-out della crisi Volkswagen... In Francia, Michelin decide lo stop per due fabbriche e mette a rischio 1.300 posti di lavoro. Da subito. Insomma, l’automotive è il Covid 2.0. E in attesa che l’Europa decida di rompere gli indugi ed emettere debito comune con il badile per sostenere il comparto e le eventuali riconversioni verso il warfare imposto dalla Nato, occorre chiedersi come sia conciliabile il fatto che il piromane sia confermato a capo dei pompieri. Chi di Green deal ferisce… Ma il peggio, forse, va cercato altrove. Per l’esattezza, nel fatto che il Day Ahead (si fa riferimento al mercato del giorno prima dell'energia elettrica. NdR) di Germania e Francia sia in impennata, addirittura con quello teutonico che ha appena raggiunto il massimo dal 16 dicembre 2022. Ovvero, piena crisi energetica da sanzioni alla Russia. Di cosa si tratta? Di fatto, oggi l’attività di compravendita di elettricità nel giorno precedente alla sua reale produzione sta dicendo che la crisi industriale da collasso dell’automotive rischia di mixarsi a breve con una probabile, nuova esplosione dei costi energetici. Di fatto, la tempesta perfetta...

La pentola a pressione sociale comincia a fischiare. Il coperchio rischia di non reggere ancora per molto. Dopodiché, il rischio è che l’Europa si tramuti in un’enorme Valencia a cielo aperto. Non di fango. Ma di rabbia."

Che cosa era successo? Stando ai giornaloni italiani niente, perchè nessuno di loro la settimana scorsa ne aveva dato notizia. Siamo perciò stati costretti a ricorrere alla stampa tedesca dello stesso 7 novembre ed in particolare a Olaf Zinke del sito web agrarheute.com, dove è stato pubblicato un articolo così tradotto in italiano da Voci dalla Germania: "Dunkelflaute: La crisi delle rinnovabili e l’esplosione dei prezzi dell’energia in Germania":

 

"L’energia elettrica in Germania è alle stelle, con i prezzi che hanno raggiunto picchi di 120 centesimi per kWh (1200 euro per MWh. NdR), una situazione di emergenza causata da una combinazione pericolosa di bassi rendimenti delle energie rinnovabili e una domanda elevata. Ma cosa ha scatenato questa crisi? La risposta si trova in un fenomeno meteorologico specifico, noto come Dunkelflaute. La Dunkelflaute è il termine tedesco che descrive il verificarsi simultaneo di assenza di vento e oscurità, tipico in inverno. In queste condizioni, la produzione da energia eolica e solare cala drasticamente, mentre la domanda di elettricità cresce a causa delle basse temperature. La Dunkelflaute può durare giorni, mettendo sotto pressione l’intero sistema energetico... Mercoledì scorso, i clienti con tariffe variabili hanno visto i prezzi schizzare fino a 120 centesimi per kWh, un record storico... Le centrali solari ed eoliche rappresentano quello che gli esperti chiamano “Klumpenrisiko”, ovvero un rischio di concentrazione elevato. Quando il vento e il sole mancano, tutte le installazioni falliscono contemporaneamente, rendendo inutile la grande capacità installata. Indipendentemente dalla quantità di energia solare e eolica prodotta, sarà sempre necessaria una seconda infrastruttura energetica di backup per garantire l’approvvigionamento. L’unica soluzione affidabile durante una Dunkelflaute sono le centrali convenzionali, che devono poter compensare il totale fallimento delle rinnovabili... Non si può contare nemmeno sulle importazioni di energia durante una Dunkelflaute, poiché l’assenza di vento e sole spesso interessa anche i paesi confinanti. I picchi di domanda sono sincronizzati in tutta Europa, aggravando ulteriormente il problema... la transizione energetica dovrà fare i conti con costi elevati e rischi di instabilità."

 

Oggi - finalmente - anche in Italia qualcuno ha deciso di dedicare un intero articolo alla questione. Si tratta del solito Sussidiario col solito Paolo Annoni  con "Il flop tedesco delle rinnovabili svela il non detto del green Ue":

 

"La notizia del giorno nei mercati energetici europei è che i prezzi dell’elettricità in Germania sono tornati ai massimi dalla fine del 2022. In quei mesi, in un anno cominciato con l’invasione della Russia in Ucraina, i mercati elettrici entravano nei mesi invernali con la paura che venissero imposti blackout per calmare i prezzi. Dopo due anni i prezzi tedeschi hanno passato di nuovo i 200 euro a megawattora, cinque volte più alti di quelli dell’ultimo inverno normale prima del Covid e prima della guerra. In Italia non va molto meglio; oggi i prezzi dell’elettricità saranno vicini ai massimi degli ultimi dodici mesi. Le ragioni di questa impennata, soprattutto in Germania, non sono un mistero; la produzione rinnovabile, eolica e solare, è ai minimi e alla Germania tocca compensare bruciando carbone e importando dai Paesi confinanti. Alcuni di questi Paesi garantiscono i consumi dei tedeschi grazie al nucleare che Berlino ha deciso di chiudere in nome del “green”... 600 miliardi di euro, l’equivalente di decine di centrali nucleari, sono stati spesi dai tedeschi in rinnovabili per avere i prezzi dell’elettricità più alti d’Europa e la dipendenza dai Paesi confinanti. A nulla varrebbe, ovviamente, se la Germania avesse il doppio o il triplo dei pannelli o delle turbine; se non c’è il vento che ci siano una o mille pale eoliche non cambia il risultato. Certo, si potrebbe sperare nelle batterie o nella produzione di idrogeno verde per stoccare l’energia in eccesso, ma queste due tecnologie non sono mature e comunque i loro costi non saranno compatibili con la sopravvivenza del sistema industriale tedesco ancora per molti anni (Aspetta e spera... NdR). L’altro ieri il Wall Street Journal, dall’altra parte dell’Atlantico, ci ha dato una notizia. Il collasso della coalizione di governo tedesca, secondo il quotidiano americano, sarebbe una conseguenza di una faida interna sulle strategie energetiche. Il peccato del ministro delle Finanze Lindner sarebbe quello di aver pubblicato un report in cui si sosteneva che l’aggressiva trasformazione energetica della Germania non sia economicamente sostenibile e che dovrebbe essere sostituita con un programma di poche tasse e poche regole. Tutto il contrario del programma attuale che è stato fatto proprio dall’Unione europea con un proliferare di regole invasive... Più i prezzi dell’elettricità rimangono alti, più le imprese prenderanno decisioni dolorose sugli stabilimenti... Quanto accade in Germania è comunque importante soprattutto alla luce del dibattito in Italia schiacciato su una transizione senza se e senza ma ancora oggi fatta propria dai principali gruppi energetici nazionali."

 

Adesso aspettiamo che sull'argomento, vitale per il Paese, si facciano vivi anche i giornaloni. E magari, senza fretta, pure la politica, quando avrà finito di discettare su fascisti e antifascisti.

 

Rassegna stampa a cura di Alberto Cuppini

Editoriale su Il Foglio di oggi: "Sberle all'ambientalismo ideologico". Pale e pannelli in trionfo in tutto il mondo, secondo l'AIE, ma emissioni di CO2 in aumento record anche nel 2024. Siamo prigionieri di un'ideologia ambientalista che nega la realtà, ovvero che lo strumento individuato finora per arrestare il cambiamento climatico (le "rinnovabili" non programmabili) non solo non funziona, ma contribuisce ad aumentare le emissioni globali clima-alteranti, impedendo l'impiego di soluzioni più efficienti per conseguire l'obiettivo. 

 

Questa mattina sul Foglio (ovvero su un giornale da sempre favorevolissimo a pale e pannelli "a manetta") abbiamo trovato un editoriale non firmato (ma che scommetterei sia stato scritto da Jacopo Giliberto, già inflessibile fustigatore di noi comitati contro l'eolico, di cui riconosco alcune scelte stilistiche): "Sberle all'ambientalismo ideologico".

Benvenuto tra noi eretici! Che cosa è successo per mettere improvvisamente in dubbio, da parte dell'immarcescibile Foglio, "i sussidi a manetta... per sostenere le tecnologie rinnovabili"? Semplice. E' uscito l'annuale rapporto della Agenzia internazionale dell'energia (World Energy Outlook 2024), le cui contraddittorie conclusioni sono state benignamente sintetizzate nel titolo della Staffetta Quotidiana: "Aie: entriamo nell'“età dell'elettricità”, ma il contenimento del riscaldamento è insufficiente".

E dunque pale e pannelli in trionfo in tutto il mondo, secondo l'Aie, ma emissioni di CO2 in aumento record anche nel 2024. Anche al Foglio comincia a venire il sospetto che siamo prigionieri - come lo è l'Aie - dell'ideologia ambientalista che nega la realtà, ovvero che lo strumento individuato finora per arrestare il cambiamento climatico (le "rinnovabili" non programmabili) non solo non funziona, ma contribuisce ad aumentare le emissioni globali clima-alteranti, impedendo l'impiego di soluzioni più efficienti per conseguire quello stesso obiettivo.

E allora ecco la spietata requisitoria, in stile Rete della Resistenza sui Crinali, a conclusione dell'editoriale de Il Foglio di oggi:

 

"Perché si costringono alla transizione energetica i paesi a tecnologia più efficiente, impegnandoli nel massimo sforzo per conseguire il minimo risultato, invece di spendere quei soldi per dare energia più efficiente ai paesi più arretrati, restringendone il divario e tagliando in modo rapido le emissioni di CO2? Perché gran parte degli 8 miliardi di esseri umani si ostina a non volersi adeguare a questi strumenti? Perché questi sforzi, queste penalizzazioni, questi sacrifici, portano effetti così impercettibili? Ma siamo sicuri che gli strumenti individuati finora sono i più efficaci per conseguire l'obiettivo? Se lo strumento non funziona, è lo strumento giusto? Stiamo scambiando lo strumento con l'obiettivo? (Oppure l'obiettivo è un altro, ma non si dice)."

 

L'ultima che hai detto! Cambiare idea, anche nella linea politica di un quotidiano, non è segno di incoerenza, ma piuttosto di maturità intellettuale. Dimostra che si è disposti a rivalutare le proprie convinzioni e opinioni alla luce di nuove prove o prospettive, specie se le prove di inefficienza e di inefficacia, come in questo caso, sono vecchie di trent'anni (il primo Summit della Terra si è tenuto a Rio de Janeiro nel 1992 e da allora, puntando tutto su pale e pannelli, le emissioni di CO2 sono andate di male in peggio). Qualcuno, nel variegato universo dell'ambientalismo italiano, lo aveva capito almeno quindici anni fa.

E di disastri, in quindici anni, i "rinnovabilisti ideologici" e i loro amici della politica e del giornalismo ne hanno combinati parecchi. Tuttavia si può ancora rimediare, a patto di archiviare al più presto la follia dell'Eurorpean green deal. Questa capacità di adattamento e di evoluzione è vitale soprattutto in un mondo in rapida evoluzione come quello della post-globalizzazione.

Adesso però bisogna convincere anche il direttore Cerasa e Giuliano Ferrara  a cambiare idea nei loro articoli su eolico e fotovoltaico ad ogni costo, perchè

Assolver non si può chi non si pente,

né pentere e volere insieme puossi

per la contraddizion che nol consente.

 

Alberto Cuppini

Oggi da L'Unione Sarda: "Migliaia in piazza, più di 210mila ai banchetti questa estate per dire no alla speculazione energetica in Sardegna attraverso una legge che, in virtù delle prerogative sull'Urbanistica previste dallo Statuto sardo, blocca la realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici sulla stragrande maggioranza del territorio dell’Isola." La speculazione selvaggia dell'eolico e del fotovoltaico, accentuatasi dopo le "semplificazioni" volute in particolare dal governo Draghi, ha prodotto una reazione di democrazia diretta senza precedenti - in proporzione agli abitanti ed agli elettori - nella storia d'Italia.

 

Ricordate la nostra edicola ferragostana con il post "Popolo sardo esempio di resistenza alle prepotenze dell'eolico", dedicato alla rivolta dei territori contro le soperchierie degli speculatori delle cosiddette "rinnovabili" elettriche?

"Continuare con il muro di gomma fin qui alzato da governi romani, televisioni nazionali e giornaloni non sarà più possibile. La prova provata è arrivata con il clamoroso successo della raccolta firme per sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare denominata "Pratobello '24": "Proposta di legge urbanistica della Regione Autonoma della Sardegna – Norme urbanistiche in applicazione dell’articolo 3, lettera f, dello Statuto Autonomo della Sardegna (Legge Costituzionale 3 del 26 febbraio del 1948) – disposizioni normative urbanistiche relative all’insediamento di impianti fotovoltaici industriali a terra e eolici terrestri con recepimento di principi e obblighi di tutela e valorizzazione contenuti in programmi sovranazionali, nazionali e regionali”.

Ieri abbiamo appreso dalla Staffetta Quotidiana:

"Il sindaco di Orgosolo (NU), Pasquale Mereu, ha annunciato che domani presenterà al Consiglio regionale della Sardegna la proposta di legge popolare “Pratobello 24”, per fermare gli impianti eolici e fotovoltaici nell'Isola. La proposta di legge, disponibile in allegato, ha raccolto finora 210mila firme, ha spiegato il sindaco."

210 mila firme raccolte! Ricordiamo per inciso che la Sardegna ha un milione e mezzo di abitanti e che alle ultime elezioni europee di giugno ha espresso 470 mila voti. E' stata una vittoria popolare ottenuta grazie all'impegno organizzativo che ha coinvolto tutte le amministrazioni locali della Sardegna, da Cagliari fino ai più piccoli Comuni dell'isola.

Oggi dal sito web dell'Unione Sarda (guardate tutti i filmati!) abbiamo assistito a bocca aperta a tutto il servizio multimediale "Pratobello 24, catena umana di sindaci e cittadini per consegnare le scatole con oltre 210 mila firme" e letto l'articolo "Il popolo di Pratobello 24 “assedia” il Consiglio regionale: a Cagliari da tutta la Sardegna contro la speculazione energetica":

"Ore 13. Il popolo si è espresso: migliaia in piazza, più di 210mila ai banchetti questa estate per dire no alla speculazione energetica in Sardegna attraverso una legge che, in virtù delle prerogative sull'Urbanistica previste dallo Statuto sardo, blocca la realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici sulla stragrande maggioranza del territorio dell’Isola. Ora la parola va al Consiglio regionale, che non potrà fare finta di niente".

La scellerata opera di "semplificazioni" in materia di "rinnovabili" elettriche voluta in particolare dal governo Draghi ha privato queste popolazioni, in declino demografico, del residuo potere democratico e della già misera forza di pressione: meno popolazione vuol dire infatti meno elettori, e meno voti significano meno attenzione della politica.

La speculazione selvaggia dell'eolico e del fotovoltaico, accentuatasi dopo le "semplificazioni" di Draghi, ha prodotto una reazione di democrazia diretta senza precedenti, in proporzione agli abitanti ed agli elettori, nella storia d'Italia.

Ora a questo plebiscitario appello di democrazia diretta ci attendiamo una altrettanto decisa risposta di democrazia rappresentativa. Locale e nazionale. Fermare il declino delle aree interne è vitale anche per l'amministrazione del territorio nazionale. Ma prima di chiedersi che cosa si può fare sarebbe propedeutico affermare a chiare lettere che cosa NON SI DEVE fare per evitare di trasformare le aree in via di spopolamento in un deserto: piantare pale eoliche a casaccio su quei fragilissimi territori, su cui da anni incombe la speculazione eolica, finora contrastata solo dai comitati e da qualche benintenzionato a cui il governo Draghi ha tolto le (poche) armi a disposizione per difendersi.

 

Alberto Cuppini

  

 

Giulio Sapelli: "l’Europa si troverà colpita da una de-industrializzazione devastante, se si continua con l’imposizione delle regole Ue in merito all’energia e in generale ai temi di regolazione dell’economia."

 

"Green deal disastroso, autoreferenziale, autolesionistico, autodistruttivo..." E chi più ne ha più ne metta. Così hanno cantato in coro mercoledì scorso, davanti all'assemblea della Confindustria, il neo presidente Emanuele Orsini e la premier Giorgia Meloni. Così hanno riportato in coro giovedì mattina (non potendo negare l'evidenza) tutti i giornali italiani.

Adesso però la Meloni dovrebbe rendere edotto anche il ministro Pichetto Fratin per rallentare (meglio: rallentare e modificare) il decreto energia proposto dal ministero dell'Ambiente, con la priorità assegnata, tra le altre bizzarrie, anche ai "progetti eolici onshore di almeno 70 MW". Tutti soldi pubblici buttati e inutile zavorra per il sistema elettrico nazionale.  

Venerdì mattina, poi, abbiamo letto un articolo ("Quel lontano traguardo di una energia gratis e pulita") di Davide Tabarelli sul Sole 24 Ore (annunciato in prima pagina), e quindi del Tabarelli istituzionale, non quello "di lotta" che rilascia le interviste alla Verità o a qualche emittente TV del suo paesello natale. Leggetelo tutto. Frasi forti ("Fuga dalla realtà" parlando di alcune misure indicate nel documento di Sua Santità Draghi). Un ulteriore passettino verso l'esplicita richiesta di buttare a mare le "rinnovabili elettriche" non programmabili (eolico e fotovoltaico). In genere Tabarelli scriveva gli articoli "di governo" sulla Stampa. Naturalmente è un puro caso che invece abbia scritto questo durissimo articolo sul Sole all'indomani del discorso infuocato del presidente della Confindustria contro il Green deal. Ci tengo a fare notare che anche per Tabarelli, come per me, parlare di nucleare "di futura generazione" non è realistico. "Si vada pure spediti sui nuovi reattori di piccola dimensione, ma prima di dieci anni non arriveranno e nel frattempo la nostra industria sarà morta". Tabarelli è doppiamente ottimista: in primo luogo non basterebbero dieci anni per fare partire in Italia neppure i reattori "di passata generazione" ("come quelli in costruzione in Cina"), anche se per miracolo l'opinione pubblica diventasse improvvisamente favorevole. In secondo luogo perchè la morte dell'industria italiana, con queste regole del gioco imposte da Bruxelles, sarà molto più repentina di quello che pensa lui.

A proposito del Sole ed a testimonianza di questa sua improvvisa consapevolezza di una tragedia imminente, ieri mattina (sabato) in prima pagina apparivano (tutti assieme) titoli come "rinviare lo stop a diesel e benzina", "La tempesta perfetta" e "Il declino produttivo tedesco".

La consapevolezza di una tragedia imminente era invece già nota e presente da tempo negli scritti del professor Sapelli (primo ministro in fieri del governo giallo-verde prima dell'ancora inspiegabile epifania di Giuseppe Conte), che però ieri, nell'articolo su Il Sussidiario "L’industria europea va salvata dal Green Deal dell’Ue", ne estendeva la portata funesta anche all'ambito "sociale e morale", come anch'io sto cercando da tempo di fare capire ai miei undici lettori:

 

"l’Europa si troverà colpita da una de-industrializzazione devastante, se si continua con l’imposizione delle regole Ue in merito all’energia e in generale ai temi di regolazione dell’economia. È questo che non si comprende nel rapporto Draghi.

 

Le decine di persone che hanno in vario modo contribuito a scriverlo propongono, per risolvere i problemi della carenza di energia, il ricorso di nuovo alle fonti non fossili in forme dispiegate, senza intendere che il declino industriale in questo modo è assicurato, con la desertificazione dell’intero continente, l’Europa, che ha visto nascere l’industria mondiale, prima che gli Usa divenissero quella potenza che sappiamo... Le transizioni Ue imposte dall’alto stanno intaccando la stessa stabilità sociale e morale di intere città europee, con proteste degli abitanti che non reggono più il livello di de-civilizzazione che l’overtourism inevitabilmente provoca, con l’aumento di un’insicurezza già fortissima e diffusa in tutte le nazioni europee colpite anche e soprattutto da flussi migratori insostenibili perché non si incrociano con la creazione di posti di lavoro, ma solo con sempre nuove sacchi di emarginazione."

 

Queste frasi sono solo la crème de la crème del superbo articolo di Sapelli. Perciò andate a gustarvelo con la massima calma sul sito web (ad accesso libero e gratuito) del Sussidiario. Ve lo raccomando di cuore: saranno cinque minuti spesi bene.

 

Alberto Cuppini

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